In Rome we trust by Manlio Graziano

In Rome we trust by Manlio Graziano

autore:Manlio, Graziano [Graziano, Manlio]
La lingua: ita
Format: epub
Tags: Politica, Saggi
ISBN: 9788815326959
editore: Societa editrice il Mulino Spa
pubblicato: 2016-09-14T22:00:00+00:00


Il fardello e la benedizione: John Fitzgerald Kennedy

Nel pieno del processo di secolarizzazione, il presidente Dwight «Ike» Eisenhower decise di inserire la formula «under God» nel giuramento di fedeltà alla bandiera e di adottare il nuovo motto «in God we Trust». Eppure, assicura Patrick Reardon, quella era un’epoca in cui i presidenti «non strombazzavano la loro fede»[29]. Di fatto, non sembra esservi contraddizione: anche chi afferma che «sulle questioni religiose, come in tante altre cose, Ike era molto più sofisticato di quanto comunemente si pensi», riconosce poi che «Ike probabilmente aveva intuito che la religione civile giudeo-cristiana era una forza morale unificante infinitamente preferibile alla maggior parte delle sue possibili alternative»[30]. In breve, si trattava di dotare gli Stati Uniti di un’arma ideologica supplementare nella fase più acuta del confronto con l’Unione Sovietica. Come sostenne all’epoca (febbraio 1954) il deputato Charles Oakman introducendo la proposta di nuovo giuramento, «una delle differenze più fondamentali tra noi e i comunisti è la nostra fede in Dio»[31]. Lo stesso Eisenhower – primo presidente ad essersi battezzato dopo l’inizio del suo mandato – spiegò che la scelta dei riferimenti a Dio serviva a riaffermare «la trascendenza della fede religiosa nell’eredità e nel futuro dell’America»[32]: insomma, una riedizione del concetto di Manifest Destiny, ad un’epoca in cui le circostanze internazionali imponevano al paese una coesione morale ferrea e da tutelare con tutti i mezzi, compresi gli spettacolari processi politici del maccartismo.

Tra il Dio degli anni Cinquanta – scelto da Eisenhower come nume armigero degli Stati Uniti nella guerra fredda – e quello del nuovo formalismo misticheggiante emerso nella seconda metà degli anni Settanta esiste una differenza abissale. E se John Fitzgerald Kennedy non fosse stato cattolico, con tutta probabilità non si sarebbe più sentito parlare di religione in una campagna presidenziale americana fino alla scelta di Jimmy Carter di cavalcare l’onda montante del risveglio religioso popolare.

Quando Kennedy fu scelto come candidato, gli antipapisti inveterati alzarono di nuovo la voce, riesumando le accuse paranoidi e ormai decisamente datate circa un possibile controllo degli Stati Uniti da parte del papa. Una serie di sondaggi Gallup in prossimità delle elezioni del 1960 rivelò che circa un quarto degli americani non avrebbe mai votato per un candidato cattolico; il che veniva però anche a dire che, per i restanti tre quarti, la candidatura di un cattolico non poneva problema[33].

Nelle sue memorie, Richard Nixon traduce quel semplice calcolo aritmetico in semplice calcolo politico: «Le sacche di pregiudizio fondamentalista anticattolico ancora esistenti erano concentrate negli Stati in cui avrei vinto comunque. Ma molti cattolici avrebbero votato per Kennedy perché era cattolico, e alcuni non cattolici avrebbero votato per lui solo per dimostrare di non essere bigotti»[34]. Il fatto che ne rimanessero solo delle «sacche» significa che lo sdoganamento dei cattolici da parte di Roosevelt e soprattutto la loro integrazione nella società avevano contribuito in maniera decisiva a insterilire quel «pregiudizio fondamentalista». La vittoria di Kennedy lo rese ancora più sterile: nell’agosto 1961, la percentuale degli americani ostili a un candidato cattolico



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